Italia di oggi, Italia di ieri: due passi indietro

Correva l'anno 1940,  l'aria era tesa e il cielo era invaso di nubi persino se in esso splendeva il sole. Il  mondo e le sue grandi potenze, sotto la falsa riga di un accordo, firmavano la condanna del più debole sul patibolo della vittoria del più bieco, e nella gente fermentava la fumosa boria della supremazia della razza.



Italia, Germania e Giappone firmavano il patto tripartito in funzione di un'azione immediata volta a sconfiggere il comunismo e con esso le vite che ne portavano la bandiera, l'Inghilterra difendeva i propri confini sfoggiando impeccabili forze d’ aviazione, il tutto nel mentre innocenti subivano angherie da macello nei campi di concentramento teutonici, bene intesi dai posteri con l'appellativo di "sterminio".

La Germania si adopera affinché si metta a frutto l'esperienza dei militi opponendo alla strenua difesa dei paesi meno belligeranti, la propria schiera di soldati ben allenati alla guerra lampo, nel mentre l'Italia, ubriaca di colonialismo, invade la Grecia. Silenziosa, la signora dalle vesti nere passeggia lungo le strade del vecchio continente auspicando la violenza con la quale avrebbe strappato la vita a giovani imberbi, alle prese con idee lontane da ciò che è umano. Era in giugno allorquando Mussolini annunciò a gran voce l'entrata in guerra  della sua nazione, e qualcuno sosterrà di aver perso il fiato tutto d'un colpo, e qualcuno, con l’afflato dell’onor di patria, mestamente pregherà che quelle parole non rincalzino nel piccolo e modesto antro della propria casa. Di guerra sembrano essere tutti inebriati eppure una eco lontana trafigge la coscienza, un presagio grottesco ed infame frena i loro spiriti.

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Cosa stava per accadere? Gli italiani solo da qualche anno avevano  appreso che avrebbero dovuto prendersela con gli ebrei, quegli stessi dirimpettai dei quali escludevano l’etichetta della razza e che adesso subivano ghettizzazioni e deportazioni. Cosa? Perché la guerra? L’italiano medio non comprende, sottostà perché si fida del duce, sottostà perché ascoltando la sua voce avverte meno misera la vita che gli scorre nelle vene. D’improvviso le cicatrici di una vita infame di lavoro e sacrificio si trasformano nei segni di una grandezza incomprensibile, una che magnifica la propria nazione e  il proprio duce, d’improvviso i cenci che abbarbicano le sue allampanate membra si trasformano nell’armatura dell’eroe combattente del sacro romano impero alle dipendenze di un Cesare benevolo e compassionevole, uno che miete  il grano manovrando la falce  con la maestria di un vecchio e consumato contadino. L’italiano medio stringe i figli al petto tronfio e fiero, certo che si faranno onore in battaglia e mentre lo fa spera che quel Cesare non li mandi a morte! Sarà tradito allorquando lo stesso indurrà il proprio sprovvisto esercito a compiere la campagna in Russia, lo tradirà allorquando lo costringerà a subire le rappresaglie dalle truppe tedesche tradite a loro volta da coloro che credevano essere alleati, lo tradirà dandolo in pasto al vincente spogliandogli la vista di quella gloria alla quale era convinto di appartenere.



Correva l’anno 1940 e nelle sale cinematografiche, inspiegabilmente, un artista poliedrico quale fu Charlie Chaplin, sfidando la presunta “democrazia” americana portava in scena “il grande dittatore”, un film che di soppiatto diede voce, in maniera quanto mai ardita, all’umanità morta soffocata nel sangue innocente versato da incolpevoli.  Una storia che anticipa in maniera piacevolmente volontaria, quanto in molti fingevano di non vedere, e nello specifico lo scenario apocalittico di un’Europa alle prese con le smanie di piccoli ed insignificanti uomini follemente in difetto di qualità e per questo dagli animi imbastiti di arroganza e frustrazione, convinti di riuscire a dividersi il mondo imbastendo bugie e diffondendo violenza ma che, come avviene nei migliori film, finiranno con l’essere sconfitti da ciò che magnifica l’essere umano in un mondo di umani trasformati in bestie:” il bisogno di fratellanza.” Il film si conclude con uno straordinario discorso uno che ad oggi mi porta il lieve baluginare di una tiepida commozione, ed è di questa commozione che vi voglio parlare. Piano i nostri spiriti si perdono verso la deriva di convinzioni molto lontane da quanto sancito da quei diritti per i quali i padri costituenti hanno preso a contare una lunga serie di ferite, eppure siamo così a corto di umanità che i miei occhi non possono fare a meno di lacrimare di fronte alle parole di Chaplin, il quale, frastornato dal caos della guerra, non poteva che liberare il suo animo sensibile nella realizzazione di una pellicola dal valore umano tanto importante.

Allora perché? Perché io mi commuovo, forse perché sento che la politica degli anni duemila eluda i bisogni dei cittadini creando capri espiatori, convincendoli che forse c’è una categoria di individui sui quali è il caso liberare la propria rabbia sociale? Forse perché stanno colmando l’assenza di giustizia armando le mani innocenti sconclusionati dal quanto mai nuovo concetto “allargato” di legittima difesa? Forse perché non riesco più ad immaginare un mondo senza che la disperazione e la fame rappresentino valido motivo di sopraffazione? Ebbene ho nel cuore la cupezza di quest’epoca di solitudine composta, quella stessa colma di amici silenti dal pollice all’insù o all’ingiù, i quali alla stregua del folle Nerone riducono persone umane ad icone da dare in pasto alla bestia feroce dell’insulto e dell’imbarbarimento intellettuale.

Cosa saremo e dove ci dirigiamo non è dato sapere, per il momento preferisco ricordare che correva l’anno 1940 allorquando gli uomini erano solo pezzi di carne inconsapevoli del male che, purtroppo, non è tardato ad arrivare.


Di: Anna Di Fresco

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